Enti locali: retribuzioni dei dirigenti di comuni, province e regioni non toccate dall’austerity

Mentre Boeri e il Governo impazzano per cercare di racimolare quattrini dalle tasche soprattutto dei lavoratori a reddito fisso e dei pensionati (soprattutto quelli definiti d’oro) sembra che l’austerity non tocchi  gli alti burocrati delle Regioni e dei Comuni. Il dato emerge dal dossier «La spesa per il personale degli enti territoriali» della Corte dei Conti, che prende in esame l’andamento del costo medio per dipendente nelle Regioni, nelle Province, nelle Città metropolitane e nei Comuni. In tutto, nel 2015, circa 507mila persone, che costano alle tasche dello Stato circa 14,2 miliardi di euro l’anno, di cui 10,2 miliardi per i Comuni, 2,7 per le Regioni e 1,25 per le Province. L’analisi del rapporto è sintetizzata in un interessante articolo di Valerio Maccari, pubblicato sul Tempo del 5 agosto.

La spesa media per un dipendente regionale ammonta a 34.594 euro, a fronte di 27.455 relativi al dipendente comunale e di 27.824 per il dipendente provinciale. La spesa media per il personale dirigente è di 93.253 euro nelle Regioni, 83.834 nei Comuni e 97.788 nelle Province. Complessivamente la spesa per i dipendenti pubblici di Regioni ed enti locali è diminuita – in tre anni di austerity – di appena 800 milioni di euro, anche dopo il taglio delle Province. Un risultato sotto le aspettative, visto il taglio, nello stesso triennio, di 18mila posti di lavoro.

REGIONI – Tra il 2013 e il 2015 il costo medio per lo Stato di un dirigente regionale è salito del 3,9%, passando da 89.748 euro a 93.253 euro l’anno. Oltre tremila e cinquecento euro di aumento, in barba a tutte le misure di contenimento della spesa della pubblica amministrazione messe in campo in questi anni, come il blocco del turnover delle assunzioni del personale. «In diverse Regioni gli aumenti della spesa media per il personale dirigente sono associati a una flessione della consistenza media dello stesso – scrive la Corte nel referto – il che sembra confermare la tendenza a ripartire le risorse destinate al trattamento accessorio, una parte cospicua del trattamento economico dirigenziale, tra i dirigenti rimasti in servizio». Bonus – in gran parte, è dunque il sospetto dei magistrati della Corte, autoassegnati – che riducono di molto l’efficacia del taglio del personale dirigenziale sui conti pubblici: il risparmio in tre anni è stato di poco più di 15 milioni su 425, nonostante il taglio di 7 dirigenti su 100. Taglio comunque molto timido, se si considera che ogni dirigente della pubblica amministrazione coordina in media solo 15 dipendenti, incluso anche il personale precario con contratto di lavoro flessibile. La cattiva pratica dei dirigenti regionali ha portato ad aumenti record in molte regioni – soprattutto del centro-sud.

In Campania, ad esempio, la spesa media per la retribuzione di un dirigente è passata da 117mila euro a quasi 138mila l’anno, record tra le Regioni, con un incremento di circa 20.500 euro. Al secondo posti i dirigenti pugliesi, che mettono invece in tasca un incremento di oltre 15.300 euro l’anno. Ma nelle prime cinque posizioni degli aumenti più smodati ci sono anche Umbria – da 90.300 euro a 103mila, oltre 13mila euro in più – il Friuli e la Sicilia, con rispettivamente 12mila e 7.600 euro di maggiore spesa per dirigente dal 2013 al 2015. In generale, i dirigenti che si sono goduti gli aumenti più generosi sono nelle Regioni a statuto ordinario del sud, dove l’incremento medio registrato è stato del 6,73%: in media a nord è stato del 0.06%, meno di un sessantesimo.

Mentre nelle regioni del centro Italia, nonostante i già citati aumenti dell’Umbria, si assiste addirittura a una riduzione del 3%: il caso più virtuoso è quello del Lazio, dove la spesa media per la retribuzione di un dirigente è scesa da 109.899 euro a 106.514, oltre 3mila euro in meno (-9%). Meglio fa ancora la Basilicata, dove il calo è stato dell’11,4%, circa 7mila euro in meno. In Toscana invece la spesa media è pari a 107.950 euro, fra le più alte dell’Italia centrale, superiore a quelle di  Veneto e Liguria. Vedi rapporto allegato.

Ma sono casi isolati o quasi, visto che su 20 Regioni, 14 registrano aumenti. E delle restanti 6, la metà registra una riduzione delle retribuzioni inferiore al 2%. Insomma, per i dirigenti regionali l’austerity non esiste. Uno schiaffo in faccia alla spending review – mantra degli anni della crisi e unica soluzione «strutturale» trovata dalla politica per far fronte all’emergenza del bilancio pubblico. E un pessimo segnale da parte di un ente che troppe volte, negli ultimi anni, è finito al centro delle critiche dell’opinione pubblica per un’amministrazione poco trasparente delle risorse pubbliche.

 

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