«Targetti Sankey non può andare via dalla Toscana»

Clipboard-0012«Se portano via l’azienda da Firenze, valuteremo la possibilità di far ripartire una nuova attività con le competenze del territorio». Lorenzo Targetti (nella foto), 48 anni, ex presidente e amministratore delegato di Targetti Sankey, l’azienda di famiglia ai vertici dell’illuminazione architettonica in Italia e in Europa, oggi in mano alle banche, spera che il futuro del gruppo guidato fino al 2010 dal padre Paolo non sia lontano dalla Toscana. Il rischio però è concreto. Domani infatti gli istituti di credito che ormai hanno il controllo della Targetti, con in testa Intesa Sanpaolo, dovrebbero valutare le due offerte sul tavolo: quella del gruppo Gewiss, diretto concorrente di Targetti, che punterebbe a chiudere lo stabilimento dell’Osmannoro, alla periferia di Firenze, e a trasferire l’attività in Lombardia; la seconda proposta è del fondo Idea (gruppo De Agostini), che ha rilevato il 44% del debito di Targetti e vorrebbe trasformarlo in equity per rilanciare l’azienda, che dopo il ridimensionamento degli ultimi anni ormai ha un volume d’affari di 55 milioni, con 190 dipendenti e un indebitamento residuo di 16 milioni, per oltre la metà in mano a Intesa Sanpaolo.

Il futuro della Targetti e delle sue maestranze dipende dunque dalle scelte del sistema bancario. «La condizione indispensabile è il mantenimento del sito produttivo dell’Osmannoro e la tutela dell’occupazione – dicono in un coimunicato congiunto Fiom-Cgil e Fim-Cisl -. Contrasteremo ogni altra soluzione con tutte le iniziative di lotta necessarie, partendo dalla richiesta d’incontro alle istituzioni e agli istituti bancari interessati». Quello di Targetti è un nome storico dell’industria toscana e italiana, nato nel 1928 e arrivato agli inizi del nuovo millennio a controllare marchi e aziende in Europa e Stati Uniti, con l’ambizione di partecipare da protagonista al consolidamento del settore, un sogno che si è infranto sugli scogli della crisi del 2008 e sui ritardi del progetto di concentrare tutte le attività nella nuova sede di Campi, rimasto sulla carta (con la struttura realizzata a metà lungo l’A-11), la cui attuazione avrebbe consentito di fare notevoli economie e di migliorare la redditività (allora la società era quotata in Borsa).

«Non posso credere che la Targetti venga chiusa e l’attività trasferita, ma se dovesse accadere, tenuto conto del know how e delle capacità delle maestranze, sarei davvero tentato di riprovarci», dice oggi Lorenzo Targetti. Uno slancio quasi romantico, che però ha basi concrete: il valore di un’impresa, infatti, è determinato in larga misura proprio dalle competenze di chi ci lavora. Insieme al marchio è questo l’asset più importante, di cui anche le banche dovranno tenere conto.

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